notes

Segni e quote tracciati su una parete in cemento

Alcune cose restano perché non avevano intenzione di farlo.

Pensieri, cose viste, parole rimaste.


Prima delle parole

SETTEMBRE 2026

Il lavoro, questa volta, è cominciato da una data.

30 settembre 1926.

Un Regio Decreto autorizza il Comune di Appiano ad aggiungere una parola al proprio nome: Gentile.

Cent’anni dopo quella stessa parola finisce sul tavolo di una pasticceria. Diventa il nome di un dolce, pensato per ricordare l’anniversario di un paese e, insieme, qualcosa della sua storia.

Quando ho iniziato a lavorare al racconto del Gentile avevo davanti parecchie cose: una data, un decreto, vecchie fotografie, un territorio, una ricetta, un anniversario.

Il problema non era trovare altre parole.

Era capire quali servissero.

Ho cercato il punto in cui la storia di Appiano Gentile e quella del dolce potessero incontrarsi senza che una diventasse la spiegazione dell’altra. Ho tolto quello che sembrava una celebrazione, accorciato dove la storia bastava a se stessa, cercato un tono che appartenesse al luogo prima ancora che al prodotto.

Alla fine è rimasto un racconto.

Dentro ci sono un paese, cento anni, una pasticceria e un dolce.

Ma prima delle parole c’è stato soprattutto il lavoro di scegliere cosa raccontare.

E cosa invece no.

Perché scrivere, a volte, significa soprattutto capire cosa lasciare fuori.


La misura delle cose

SETTEMBRE 2026

Per anni ho misurato muri, quote, distanze. Ho imparato che una cosa può essere giusta di pochi millimetri e sbagliata di tutto il resto. Che una linea apparentemente semplice tiene insieme pesi, persone, tempi, responsabilità.

Poi sono arrivate le parole. O forse c’erano già, soltanto in un altro materiale.

Anche una frase ha una struttura. Ha bisogno di equilibrio, di vuoti, di qualcosa che regga senza farsi vedere. A volte bisogna aggiungere. Più spesso bisogna togliere. Cercare il punto esatto in cui una cosa smette di essere spiegata e comincia a essere sentita.

Forse non ho cambiato davvero mestiere. Ho solo cambiato la materia con cui provo a dare forma alle cose.


Fuori carta

SETTEMBRE 2026

Mi piacciono le cose che nascono fuori programma. Un piatto che non era previsto, perché quella mattina sono arrivati i finferli. Una frase che cambia direzione mentre la stai scrivendo. Una persona che racconta qualcosa e, improvvisamente, tutto il resto perde importanza.

Nel lavoro incontro spesso menu, territori, prodotti, aziende. La parte interessante non è quasi mai quella già pronta per essere raccontata. È ciò che sta appena fuori: il gesto ripetuto da anni, una ricetta che nessuno ha mai scritto, un dettaglio che per chi lo vive ogni giorno è normale e per chi arriva da fuori diventa storia.

Forse è per questo che continuo a preferire il fuori carta. Perché non promette niente. Arriva quando deve arrivare e, se è fatto bene, resta molto più a lungo di ciò che era stato programmato.


Ascoltare una storia

2024

A Milano sono andato ad ascoltare Alessandro Baricco più di una volta. Quando presentava Abel, quando leggeva Novecento. Ogni volta mi interessava una cosa molto semplice: vedere cosa succede a una storia quando smette di stare ferma sulla pagina e passa attraverso una voce.

Una parola letta ha un peso diverso. Una pausa diventa visibile. Una frase che nel libro avevi attraversato in pochi secondi, detta ad alta voce può costringerti a restare lì.

È una delle cose che mi affascinano della scrittura: sembra silenziosa, ma contiene già una voce. Chi scrive prova a sentirla prima degli altri. Chi legge la ricostruisce a modo proprio. Poi, qualche volta, arriva qualcuno su un palco e quella voce torna fuori, diversa da come l’avevi immaginata eppure perfettamente riconoscibile.

Forse le storie funzionano davvero quando riescono a fare questo: cambiare forma senza perdere ciò che sono.


DALL’ARCHIVIO

Si fa fatica anche solo a parlarne

11 NOVEMBRE 2022

Caro G., ci ho messo un po’. La tua telefonata mi ha lasciato davvero sbalordito e, in quel momento, praticamente senza parole. Poi le parole sono tornate.

La storia era semplice: una presentazione a Lugano di Da piccola vorrei essere felice, con Veronica presente e una giornalista della RSI disponibile a moderare. Poi, dopo mesi, la telefonata: «non se ne fa nulla».

Il punto non erano i miei trenta minuti di notorietà. Era poter parlare di violenza sulle donne, dare spazio a una testimonianza vera, mettere ciascuno il proprio piccolo mattoncino. Anche solo uno. Perché se non troviamo il tempo di parlarne, come possiamo pensare di cambiare qualcosa?

Peccato. Alcune occasioni non si perdono perché erano grandi. Si perdono perché potevano diventarlo.

Testo rielaborato dall’originale del 2022.


Sessismo al contrario?

1 GIUGNO 2021

Avevo scritto Da piccola vorrei essere felice, la storia vera di Veronica. Una donna che aveva affidato a un uomo il racconto delle violenze subite, nella speranza che quella testimonianza potesse servire ad altre donne.

Scrissi a diverse associazioni proponendo incontri e presentazioni. Una risposta mi colpì: la Casa delle donne di Milano presentava generalmente libri di scrittrici.

La domanda che mi rimase addosso non era se fossi stato discriminato io. Era un’altra: quando una storia nasce per dare voce a qualcuno, chi conta davvero — chi la firma o chi quella storia l’ha vissuta?

Non avevo allora, e non ho oggi, una risposta semplice. So soltanto che su alcuni temi continuo a sperare che i confini siano meno importanti delle persone.

Testo rielaborato dall’originale del 2021.

c’è sempre una storia da raccontare